Amo l'arte"Amo il rumore, l'eco primordiale. Rifiuto il sistema dei generi. Suono le percussioni per sondare l'ignoto. Dall'arte mi aspetto lo stupore e la meraviglia. O la realtà si rinnova nella creazione o tanto vale restare fermi e non darsi troppo da fare..."

Note critiche:

L’astrattismo di Marchesini è coniugato secondo una sensibilità che trasforma lo spazio esterno in un flusso di emozioni.
Il pensiero si traduce immediatamente nel colore e la gabbia del reale esplode in un tessuto di macchie che aprono verso l’infinito. Il quadro si trasforma in una corrente di energia che smaterializza i riferimenti fisici e spaziali.
L’opera si purifica nell’assenza di peso e di consistenza che raggiunge l’equivalenza tra ritmo ed elemento segnico.

Roberto Marchesini oltre ad essere un pittore è musicista. Nelle sue esibizioni si ispira alla ‘musique concrète’. “Amo il rumore, l’eco primordiale. Rifiuto il sistema dei gene-ri. Suono le percussioni per sondare l’ignoto. Dall’arte mi aspetto lo stupore e la meraviglia. O la realtà si rinnova nella creazione o tanto vale restare fermi e non darsi troppo da fare…”

I telai delle opere in molti casi sono antichi. La robustezza del supporto viene esaltata ottenendo un effetto ‘parietale’ che deriva dalla modalità di trattamento della tela. L’artista utilizza i quarzi miscelati con colla e gesso. “I telai antichi mi danno la certezza di lavorare su qualcosa che ha una storia. Qualcosa di vissuto che mi precede e che torna a vivere grazie all’incantesimo della pittura”.

La poetica di Marchesini coincide con la rappresentazione dell’infinito. Le tecniche miste e la pittura a olio sfiorano 11 muro del quadro. Lo spettatore è guidato dall’occhio interiore dell’artista che spoglia la spazialità della sua concretezza.
L’immaginazione creatrice riscrive le coordinate prospettiche e traduce nella dinamica del colore il ritmo di una vita primordiale dove l’emozione è colta allo stato puro.

“Dipingo ascoltando la mia musica. E’ il mio ritmo. Ma il mio ritmo è connesso con l’Universo. Questa fusione nella totalità ha certamente qualcosa a che vedere con il sacro. So di essere solo e di appartenere a qualcosa di più grande. Di immenso.
L’arte è ciò che resta del divino sulla terra”.

Il suo lavoro è il frutto di un’immersione nella fonte più segreta e nascosta dell’individuo. Ma per potere attingere a questa sorgente è indispensabile possedere una tecnica raffinata che non smarrisce il filo della creazione.
“L’arte non può che coincidere con la profonda conoscenza del mestiere. Fra un pittore astratto e un musicista non c’è alcuna differenza sul piano dell’esecuzione. Il ⁠gesto pittorico deve rispondere al comando della mente con la stessa rapidità. Ma perché ciò avvenga la mano deve essere pronta, allenata, svelta”.

Mi capita spesso di scrivere di artisti che in principio non conosco personalmente, persone che pian piano diventano pero sempre piu parte integrante della mia sfera umana e della vita professionale, man mano che affondo le ricerche attraverso lo studio e l’analisi delle varie espressioni artistiche. E un esercizio che dovremmo fare tutti anche al di fuori della professione perché questo modo di fare ci impone un benefico momento di pausa, una sospensione che ci deve porre di fronte al lavoro dell’artista completamente liberi da qualsiasi pregressa informazione, nudi davanti ad un nuovo mondo e pronti ad assorbirne l’energia che questo inevitabilmente emana. E il caso di Roberto Marchesini, artista completo e particolarmente riflessivo, il suo mondo è affascinante dal momento in cui riusciamo ad immergerci in esso sporcandoci l’anima con i suoi colori.
Mi piace considerare il percorso di Roberto Marchesini come una strada espressiva approdata all’informale con convinzione e lasciandosi sapientemente trasportare dalle emozioni della sua anima inquieta. Un fermento creativo coltivato grazie ad uno straordinario senso di libertà espressiva e trasporto emotivo svincolato da qualsiasi logica restrittiva.
È impossibile e blasfemo commentare un’opera d’arte, affermava Marcel Duchamp, “solo gli occhi e un determinato atteggiamento mentale posso collocarci nella giusta disposizione davanti a una tela, scultura o incisione” ci ricordava nel 1969 Giovanni Arpino nell’atto in cui, in punta di piedi, si accingeva a scrivere di Rembrandt, questo è il rispetto che tutti noi dovremmo avere per l’arte e per gli artisti ed è anche l’approccio riflessivo che emerge nella contemplazione del linguaggio pittorico di Marchesini.
Composizioni di forme e colori come emozioni e sensazioni, come note su un pentagramma che si alternano nella forma e nella distanza creando ritmo e armonia, giocando con l’alternanza e con il contrasto, un ritmo che diventa vitale, dunque essenziale nel mistero stesso della vita.
Tutto accade secondo una logica di libertà espressiva che si basa su quello che l’artista ha assimilato nella sua vita, esperienze artistiche, visioni interiori e contaminazioni che derivano dalle radici cremasche, dall’esperienza all’ombra dei monti lariani e dei riflessi del lago di Como fino ad arrivare all’assimilazione dei totem indonesiani che pian piano, ora, si sono dissolti nei colori dell’artista fino a diventare irriconoscibili e a fondersi con le forme e i colori che oggi animano il “gesto” pittorico di Roberto Marchesini.
Lo studio, l’attenzione alle forme e le sperimentazioni, frutto dell’influenza intellettuale di Alberto Burri e Ennio Morlotti fino a giungere a Willem De Kooning, hanno lasciato il segno, insegnamenti che sono giunti al cuore dell’artista passando attraverso il filtro della sua particolare sensibilità che oggi emerge in tutta la sua forza espressiva attraverso un nuovo linguaggio che gli permette di mostrare una consistente ed evidente maturità artistica.
I codici del linguaggio artistico, impiegati da Marchesini, sono dunque la scelta accurata di un percorso d’indagine profonda che avviluppa le radici filosofiche dei concetti di esistenza che appartengono ad ogni essere vivente dotato di ragione, una riflessione che riveste chiunque sia particolarmente interessato al dialogo con la propria coscienza, l’artista lo affronta lasciando vibrare le emozioni con una pittura pulsante d’energia pura.
Non serve conoscere le fondamenta filosofiche esistenzialiste di Kirkegaard o Husserl e Sartre per comprendere la pittura di Roberto Marchesini, serve solo la volontà di lasciare che siano le opere ad agire su noi stessi come quando ci si prepara all’ascolto di una musica particolare, perché forse è proprio nella consanguineità con il ritmo e l’armonia delle note musicali che si cela il segreto delle cromie dell’artista.
L’intensità poetica di Marchesini emerge nell’attitudine innata alla percezione di una sua realtà e alla reinterpretazione della stessa attraverso la costruzione di una superficie pittorica come “gabbia” di un gesto d’energia e pulsante vitalità espressiva, liberazione ed espressione di un sentimento profondo e sincero.

Di ogni cosa, ciò che mi affascina, o che mi incuriosisce, o che mi conduce, è la necessità sempre di sapere un “perché”. Ed è strano per me che sono un istintivo. Cioè uno di quegli uomini in cui la componente emotiva prevarica la ratio fino a farsi folata, raffica, porta che sbattendo si chiude. O che senza rumore si apre. Improvvisa.
È quasi sempre un gioco di attimi.
Un po’ come quelle alchimie che conducono un uomo e una donna a riconoscersi. per poi magari perdersi e mai più trovarsi; ma riaffiorerà sempre nella memoria un incontro fugace, tra la folla, per strada; un attimo diviso, e condiviso, con qualcuno che forse non incontreremo mai più. O che mai più ugualmente riconosceremo.
È capitato a tutti. Almeno una volta.
Incontrare la pittura di Roberto Marchesini è stato di attimi bagnati in quella stessa sensazione.
Che se fossi stato un collezionista, probabilmente per fug-gire, come spesso accade innanzi a qualcosa che sorprende, ne avrei comprato uno – d’istinto, appunto – da aggiungere alla mia pinacoteca, in un salone, nella stanza degli ospiti, consegnando il dipinto alla sua immediata, e però più semplice, superficiale valenza; quella estetica. Sedando l’istinto. Probabilmente rinunciando a un “perché”.
Ma io non dovevo comprare un quadro.
Dovevo fotografarli.
E per farlo dovevo abdicare a un “perch锑 O viceversa, dovevo penetrarlo.
Ma ho avvertito da subito che la necessità di “sapere un perché” non era più solo mia.
Adesso era qualcosa di diverso. Di più intimo. Qualcosa che stava in un tempo e in uno spazio che si svolgeva ora innanzi a me, tra me e quelle tele accatastate una sull’altra, contro una parete grande, e che una dopo l’altra mi venivano per la prima volta mostrate.
Violandomi.
O più. Contaminandomi.
Perchè i quadri di Roberto Marchesini sono stati schiaffi subito. O alba. O notte. O nota stridente, acuta. O sussurro.
marea. Quiete. febbre. virus.
Emozione.
E di nuovo mi ha assalito quel dannatissimo istinto che spinge fino a una corsa all’impazzata, per strada, una notte, da solo, fino a smettere il fiato, fino a rallentare e fermarsi, fino a stare, ascoltando solo il respiro; come se in un tempo lento, alla fine, fosse il motivo di ogni passo, e del suo incedere, e della via, e di tutti gli alberi venuti incontro, e di un unico spigolo di muro che segna la misura della corsa.
Proprio quello.
Non un altro.
Nello stesso modo, dentro una lentezza nuova che m’appagava i gesti e lo sguardo, cercando il perché di un’emozione, ho cominciato a scattare.
L’obiettivo e la luce come un bisturi a cercare quei colori – quasi tendini e nervi sulla tela – che m’apparivano essi stessi sopravvissuti a un taglio, intrisi ancora d’umori, pregni di impronte, radicati a qualcosa che era di qua e di là del dipinto stesso. Mai il dipinto. Oltre. Colori orma, rimasti a testimoniare una storia, un passaggio, la caducità di un tempo scandito a istanti che ora chiedono di essere raccolti. Tenuti. Serbati.Istanti senza più padrone.
Mischiati all’aria, alla nebbia, ai pioppi. E ora al mio sguardo. Al mio odore. Alla mia pelle. Aggrappati e lasciati da quanti quei dipinti hanno osservato. O ancora li guarderanno. Scoprendoli.
Quegli istanti erano i miei. Ora.
Fatti dei miei rossi. Dei miei neri. Dei miei blu oltremare. Della mia terra lontana. Della mia età di mezzo. Del mio ieri.
Di un sogno. Di nuovo.
Era l’adesione e l’appartenenza a un sentire intimo cui quelle tele mi costringevano, senza dolcezza, tenendomi dentro un silenzio denso che avvolgeva la stanza.
E mi zittiva.
Aprire lo scrigno dei miei pensieri e donarli a questo breve volume, a questi colori, è stata poi necessità. Senza perché, stavolta. O già sazio, io, di ogni perché. Contaminare queste pagine dei miei attimi, che sono nei miei versi, nelle mie immagini, nella mia voce, lasciando che la parola si infetti dei colori, che le tinte dilaghino tra virgole a accenti. Prolungando cesura. Spezzando ritmo.
Lo stesso introverso di Roberto, forse. Forse diversissimo dal suo. Non importa. So che le parole e i colori si racconte-ranno, come tutte le storie, senza pretendere alcun perché.
Senza un confine.
Le barriere sono solo le nostre. Quelle della nostra resistenza. O del timore di un’emozione che contamina.

La pittura di Roberto Marchesini nasce da un’urgenza del segno che si muove in sintonia con una condizione di transitorietà permanente. In quarant’anni di ricerca, l’artista ha attraversato il paesaggio — radicato nei territori di Lecco e della Brianza — per poi approdare a forme totemiche e a esiti informali senza mai rinunciare alla sperimentazione della materia come campo vivo e generativo. L’opera rivendica così una forte corporeità rifiutando ogni fissità per farsi veicolo di dinamismo e migrazione.

Come negli esordi omerici, l’artista si misura con l’atto della creazione affidandosi ad una forza sorgiva superiore. Il quadro — soprattutto nelle grandi dimensioni — si configura come un campo di forze interiori e agonistiche. Qui il sentire coincide con l’agire e il gesto pittorico diventa evento rapito al flusso della globalità.

Il pathos non allude a un esito tragico né a una testimonianza terminale ma si pone come accesso all’indeterminato: sinonimo di una società interconnessa e simultanea, sospesa in un continuo trasferimento di senso.

Testimonianze video:

introvErso

Mostra del pittore Roberto Marchesini alla sala Agello del Museo Civico di Crema.

Mostra introvErso – Crema 2016

Riprese e montaggio Antonio Meo.
Video ALOK – Milano 2016
Interviste ad Alberto Moioli e Paola Vailati
Ringraziamenti a Piernicola Rigoldi e Alberto Bruschieri.
Musica ZHEER.

Art is Life & Life is Art

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Performance – 2019

Created By Adelaide Sciuto
Directed by Francesco Segrè, Francesco Luciano
Cinematography by Francesco Segrè
Video Editing by Roberto Polimeno
Sound Mix by Gianni Pallotto

Roberto Marchesini - Xante Battaglia

Roberto Marchesini in mostra alla Fondazione Xante Battaglia di Milano.

Fondazione Xante Battaglia – Milano 2013

Riprese e montaggio Antonio Meo- Video ALOK Milano. Musica ARASONUS (Antonio Meo).
Consulente artistico di Roberto Marchesini, Alberto Bruschieri.

Performance Sensitiva

Performance Sensitiva di pittura,sostenuta dalla musica dal vivo di Gianluca Vergani e Luca Garino all’Auditorium S. Maria di Porta Ripalta a Crema.

Performance – Crema 21-5-2010


Video ALOK Milano creato da Antonio Meo

Esibizione di Gianni Satta alla mostra Visiometrica di Roberto Marchesini

Roberto Marchesini in mostra alla Galleria Arteatro del Teatro San Domenico di Crema

Mostra Visiometrica – Galleria Arteatro – Teatro San Domenico di Crema

Crema 2015

Roberto Marchesini

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